Le immagini tremende che ci raggiungono dal Giappone, il terzo paese più avanzato del mondo, ci inducono a fare una riflessione sulla politica energetica complessiva del nostro paese, che scelte vere non ne ha mai fatte. Ma che due anni fa, in controtendenza, avrebbe scelto il ritorno all’atomo.
Che il
nucleare stia morendo lo racconta in modo impietoso la storia della
centrale di Fukushima e la sua nube che vola verso Tokyo, forse la seconda
catastrofe nucleare dopo Hiroshima.
Lo racconta anche la decisione della Germania di chiudere subito i vecchi impianti. Così come la Svizzera, che ha rinunciato ai nuovi. E la Polonia. Per non parlare dello stop non annunciato - ma di fatto esercitato - degli Stati Uniti.
L’
Italia zitta, nonostante abbia intrapreso la
via nucleare, nonostante abbia fatto fare una campagna pubblicitaria di migliaia di spot al
Forum pro nucleare promosso delle aziende interessate. Nonostante abbia creato
un’agenzia per il nucleare e ne abbia nominato presidente il mitico
Veronesi, che stranamente ha accettato. Nonostante sia sotto la spada di Damocle del
referendum di giugno.
Zitta come pochi. Ma non in tutti i campi. Noi in Italia parliamo… Del processo breve. Eppure sarebbe l’occasione per indicare una nuova via, una nuova direzione strategica della politica energetica del paese dopo la figuraccia sulle rinnovabili.
Ora nessuno avrebbe nulla da ridire: l’
esempio sbagliato sarebbe sotto l’occhio di tutti.
Dire che il nucleare serve a poco non sarebbe presa come una sconfessione politica. Oggi – secondo l’economista
Rifkin - il parco nucleare è inferiore al
5% del totale energia.
È vecchio. Per togliere un po’ di combustile fossile dovremmo arrivare almeno al
20%, che significherebbe costruire una centrale atomica ogni 10 giorni. E l’
Italia ha in mente di costruire una centrale pronta tra
10 anni italiani - che vuol dire almeno 15. Questo porterebbe un
apporto energetico pari a quello che può fare in un anno il
fotovoltaico.
Sarebbe bello che il Governo decidesse ora, per evitarci un altro terribile spettacolo che scadrebbe nel ridicolo.
E c'è un altro tasto dolente: la scelta del sito o dei siti. È giusto sapere che il parlamento si è già espresso in modo positivo da 3 anni sul nucleare, ma non ha mai avviato la scelta dei siti o meglio i parametri dei siti.
Ecco dunque il vero nocciolo, la scelta dei siti: la tragedia rischia di cadere nella farsa. Le centrali non si possono fare vicino alle zone sismiche, e così eliminiamo tutta la Sicilia e tutte le regioni appenniniche. Ci rimane un po’ di costa e il nord, senza il Veneto che ha già avuto due terremoti. Ma al nord la Lega direbbe no. E così un altro bel pezzo d’Italia sarebbe escluso. Il Lazio è poi degli ex An. Restano un po’ di Marche che sono di centro sinistra, un po’ di Emilia e la Puglia di Vendola. Vicino al mare, così se accade un disastro, c’è l’acqua.
Abbiamo scelto la Puglia. Due colpi in uno: un colpo alla sinistra, uno a quelli che li votano. Ma se poi vincono loro le prossime elezioni, si rischia di tornare al punto di partenza. È serio?
Abbiamo la possibilità di
essere seri, di dire che è l’ora della scelta, di fare una
politica energetica, finalmente. Politica che per l’Italia, paese del sole, del vento e dell’acqua, significherebbe attuare una
politica pulita.
Con buona pace di
Veronesi e di
Chicco Testa. Che si pensi piuttosto a far subito - e bene - il
decreto di giugno sugli incentivi, definendo una volta per tutte una politica moderna.
Abbiamo ormai gli strumenti che vanno bene, il fotovoltaico sta andando alla grande, le altre rinnovabili pure: investiamo lì. Arriviamo nel 2020 al 17% come ci chiede l’Europa. Facciamo bello e sicuro il nostro paese.
Anche solo per buon senso: il nucleare, per le ragioni dette e in particolar modo per la scelta dei siti, probabilmente
non si farà mai, ma blocca comunque ogni decisione strategica sul
futuro energetico del paese.
Sblocchiamola. Ne abbiamo l’occasione.
Diego Masi