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Energia: domanda a +39% entro 2030, ma il petrolio rimane strategico

La domanda di energia è destinata a crescere del 39% entro il 2030. Tuttavia le fonti tradizionali continueranno a fare la parte del leone e a incidere sugli equilibri geopolitici mondiali. L'apporto delle rinnovabili - in continua crescita - potrà aiutare a uscire da questo circolo vizioso. Le imprese hanno già cominciato ad accorgersene.

Partiamo da un dato: secondo l’Energy Outlook 2030 della British Petroleum, «la domanda globale di energia è destinata a crescere del 39% entro il 2030, quasi interamente in paesi non Ocse, paesi in cui invece il consumo si prevede aumenterà di appena il 4%».

In Europa, lo sviluppo del mercato energetico è soggetto al pacchetto 20-20-20: in pratica, entro il 2020, l’apporto delle rinnovabili al mix energetico dovrà essere del 20% e in questa direzione si stanno muovendo i paesi dell’Ue, Italia compresa.

Ma se si considera questo dato da un altro punto di vista si evidenzia che l’altro 80% dell’energia non proverrà da fonti rinnovabili. I grandi operatori come General Electric, Shell e Bp sono concordi nel sostenere che i combustibili fossili avranno un ruolo preminente nel settore energetico per almeno i prossimi venti anni.

Nell’Energy Outlook si prevede che, a livello globale, «i fossili rappresenteranno l’81% della domanda mondiale di energia al 2030». Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale per l'Energia (Iea) per il 2012 si prevede una richiesta di 90,5 milioni di barili al giorno di geggio, domanda che è destinata a crescere ancora e a raggiungere fra vent’anni i 103 milioni di barili/giorno (+18% rispetto al 2010).

Dal momento che il petrolio è una risorsa scarsa e non inesauribile ben si possono comprendere le criticità a cui si andrà incontro a partire da tutti questi presupposti: il mondo - come già accade - sarà sempre più segnato dalla lotta per il controllo di queste fonti energetiche. Luoghi come lo stretto di Hormuz nel Golfo Persico - dove transitano ogni giorno circa 17 milioni di barili di greggio (il 20% del fabbisogno mondiale quotidiano) -, il mar Caspio, ricco di gas, e la zona artica, di cui molti paesi rivendicano lo sfruttamento, sono zone già molto calde. Lì si combattono lotte per la supremazia mondiale e dagli equilibri che si definiscono in queste zone dipende l’aumento o la diminuzione del costo del greggio.

Anche per questo sarebbe di grande importanza trovare delle alternative. La Commissione Europea ha pubblicato una roadmap che disegna diversi scenari energetici per arrivare a un 2050 low carbon e tutte le diverse possibilità evidenziate prevedono un ruolo cruciale per le rinnovabili. Secondo le previsioni europee, ponendo al centro dei giochi la decarbonizzazione dell’Europa, le rinnovabili guadagneranno sempre più terreno. Se si considera lo scenario “alta efficienza energetica” nel settore elettrico, le fonti pulite contribuiranno a fornire il 64% di elettricità; mentre nello scenario “alte rinnovabili” potrebbero addirittura raggiungere il 97%.

Del resto, di questo trend se ne stanno accorgendo anche le aziende attive nel settore dei combustibili fossili: il rapporto Bp, infatti, conferma che in futuro, «fonti rinnovabili, nucleare e idroelettrico dovrebbero rappresentare più della metà della crescita nella produzione di energia». E, sull’onda di tale nuova consapevolezza, molte di queste compagnie stanno diversificando i loro business e a hanno cominciato a puntare sulle rinnovabili. Nel 2010, ad esempio, General Electric ha investito 5 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo di tecnologie pulite e ha venduto prodotti e soluzioni “eco” per 85 miliardi di dollari.

Una riconversione lenta, forse, ma che è già cominciata.

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Alice Dutto

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