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Fotovoltaico a 10 Gw, ma ormai il 94% dei pannelli è made in Cina

Crescono le installazioni fotovoltaiche nel Belpaese, ma l’esperto Filippo Levati, IFI, riflette sulla necessità di puntare su produzioni di qualità italiane.

L’installazione di impianti fotovoltaici in Italia, nel corso del 2011, nonostante il controverso passaggio dal Terzo al Quarto Conto Energia, non è andata male. A sostenerlo sono gli addetti ai lavori che, riuniti intorno ad un tavolo di discussione in occasione del convegno “Un posto al sole. Prospettive del solare in Italia: tecnologia, industria e sviluppo”, durante il Festival dell’Energia di Firenze, hanno offerto ad un pubblico eterogeneo una panoramica sulla situazione del fotovoltaico nel Belpaese.

Alessandro Marangoni, professore presso l'Università Bocconi di Milano, ricorda infatti come la crescita di installazioni sia avvenuta: se a fine 2010 si contavano circa 3.500 Mw di potenza installata, ad oggi si arriva a stimare un potenza pari a circa 10.000 Mw. Ed è sempre Marangoni ad evidenziare qualche accorgimento che potrebbe giovare al settore: prima di tutto la «stabilizzazione del business», con una normativa chiara e affidabile a cui possano riferirsi imprenditori e cittadini; in secondo luogo un'internazionalizzazione del settore; terzo fattore, altrettanto fondamentale, la diversificazione del prodotto. E a questo punto interviene Filippo Levati, presidente IFI, Comitato delle Industrie Fotovoltaiche Italiane, che, consapevole delle potenzialità del settore, intravede proprio nella qualità produttiva italiana la vera strategia per sviluppare il business solare: integrazione architettonica e innovazione estetica degli impianti fotovoltaici potrebbero rappresentare i nuovi campi di eccellenza italiana.

 
È sempre Filippo Levati a porre una riflessione da non sottovalutare: se da una parte l’Italia si compiace per il raggiungimento di 10 GW di potenza fotovoltaica installata, è altrettanto necessario guardare a quanti di questi impianti abbiano contribuito a sviluppare lavoro e professionalità in territorio nazionale. Sembra infatti che solo il 6-7% dei 10 gigawatt possa essere ricondotto al made in Italy. Per il restante 93-94% bisogna ringraziare i produttori asiatici. Ma andiamo con ordine: ecco l’intervista completa a Filippo Levati.
 
Siamo al Festival dell’Energia, impossibile non fare il punto sull’evoluzione che il fotovoltaico ha subito negli ultimi anni. Come va il mercato dunque?
Sicuramente il fotovoltaico è un settore in fortissima crescita, gli ultimi dati pubblicati di recente dal Gse vedono l’Italia posizionarsi come primo mercato al mondo, superando la Germania con 10 Gw di installato. Parliamo di una fonte di energia rinnovabile pulita che entra nelle case degli italiani, ma che ancora oggi non riesce a scaricare a pieno il suo potenziale, soprattutto perché esistono notevoli inefficienze a livello di meccanismi di determinazione del prezzo di consumo dell’energia.
 
Inefficienze che vanno a confondere imprenditori e cittadini, e che forse minano la possibilità di “fare impresa” a livello italiano?
Per quanto riguarda la quota parte di investimenti fatti dall’industria italiana in questo settore, abbiamo avuto un picco molto alto nel 2010, in particolare in riferimento ai moduli fotovoltaici e alle celle, fetta di mercato che si è molto sviluppata, ma che ancora oggi è riuscita a catturare poco di quello che è sostanzialmente il grosso del mercato, anche per ragioni di competitività e di prezzi aggressivi da parte dei produttori asiatici.
 
Se dovesse fare un bilancio tra quanto prodotto e distribuito in territorio nazionale e quanto invece importato dall’estero, quali proporzioni userebbe?
Noi stimiamo, calcolando la capacità produttiva di tutti gli installatori che fanno capo all’IFI, che dei 10 Gw installati, la percentuale riconducibile all’industria italiana sia ampiamente sotto il 10%, forse il 5-6% dei pannelli installati è made in Italy.
 
Pensando al Comitato delle Industrie Fotovoltaiche Italiane, di cui lei è presidente, non deve essere, questo, un dato che fa sorridere.
Riteniamo che questo sia assolutamente un errore dal punto di vista del bilancio netto dello Stato: in quanto settore incentivato, sarebbe corretto che una buona quota di questi soldi investiti nel settore ritornassero al sistema paese sotto diverse forme, che sono per esempio la creazione di posti di lavoro, lo sviluppo di competenze che permettano poi all’industria italiana, una volta consolidata e sviluppata, di andare eventualmente, come successo già in alcuni casi, a competere sui mercati esteri che si svilupperanno nel prossimo futuro. Li stiamo già vedendo: l’introduzione dei conti energia in Giappone a seguito, ahimè, del disastro di Fukushima, i conti energia americani, il conto energia cinese, che è proprio stato comunicato da un paio di settimane.  
 

Marta Mainini


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